La “Francesco e Chiara” Srl ha ottenuto, in seguito
all’espletamento degli adempimenti di legge necessari, la qualifica di
“Impresa Sociale”, la nuova forma giuridica di impresa introdotta
nell’ordinamento giuridico italiano prima con la legge 118/2005 “Delega al
Governo concernente la disciplina dell’impresa sociale” e in maniera
definitiva con il D.Lgs 155/2006 “Disciplina dell’impresa sociale” e
relativi decreti attuativi firmati nel gennaio 2008 dal Ministero della
Solidarietà Sociale e il Ministero dello Sviluppo Economico. L’iscrizione
è avvenuta in data 01/09/2009 presso il Registro delle Imprese della Camera
di Commercio di Modena nella Sezione Speciale prevista dalla legge, al n.
REA MO-285813.
Il tratto caratterizzante delle imprese con finalità sociale è da ricondursi
nella combinazione della natura imprenditoriale con la produzione di un
servizio a favore della collettività.
Gli effetti positivi di tale traguardo possono essere ricondotti ad una
molteplicità di aspetti, primo fra tutti l’opportunità di entrare a far
parte a pieno titolo del mondo del Terzo Settore italiano, avendo
riconosciuta la valenza dell’attività di utilità sociale con finalità no
profit che la Società già svolge fin dall’avvio dell’iniziativa, che si
fonda su valori morali e cristiani, e di solidarietà condivisi. Tutto ciò
potrà rendere più proficuo il rapporto e la collaborazione con le
istituzioni pubbliche e potrà consentire una migliore realizzazione degli
obiettivi e della mission.
La nuova ragione sociale della Società è pertanto la seguente: “Francesco
e Chiara – Impresa Sociale Srl”. Per conseguire il suddetto obiettivo la
Società ha redatto e pubblicato per gli anni 2007 e 2008 il Bilancio Sociale
(vedasi il n. 38 de “Le Stagioni”) in conformità all’apposito decreto
ministeriale e, soprattutto, ha modificato il proprio Statuto con
l’Assemblea Straordinaria svoltasi in data 30/07/09, alla presenza del
notaio d.ssa Marina Marino, per renderlo conforme alle normative
sopracitate. Le modifiche più significative apportate allo Statuto
riguardano:
L’assenza dello scopo di lucro e pertanto il divieto di distribuzione, anche
in forma indiretta, di utili e avanzi di gestione, comunque denominati, a
favore di soci, amministratori, partecipanti, lavoratori o collaboratori.
Eventuali utili e/o avanzi di gestione dovranno essere destinati
esclusivamente allo svolgimento dell’attività statutaria e all’incremento
del patrimonio societario
L’obbligo della redazione del Bilancio Sociale
Il coinvolgimento dei lavoratori e dei destinatari delle attività,
attraverso l’informazione e la consultazione sugli argomenti di rispettivo
interesse
In caso di cessazione dell’attività e di scioglimento della Società o di
cessione dell’azienda, il patrimonio residuo non potrà essere in alcun modo
distribuito ai soci, ma dovrà essere integralmente devoluto alla Provincia
di Parma dei Frati Minori Cappuccini, proprietaria dell’immobile
I suddetti principi sono stati finora messi in atto in modo facoltativo
dalla “Francesco e Chiara” Srl, nello svolgimento delle proprie attività.
Con la qualifica di “Impresa Sociale” gli stessi assumono carattere
obbligatorio.
L’assemblea straordinaria con lo stesso provvedimento ha inoltre deliberato
l’aumento del Capitale Sociale (da €. 20.600 a €. 80.600) ed ha nominato il
Collegio dei Sindaci che avrà, oltre le funzioni tradizionali, il compito di
controllare il rispetto delle suddette prerogative della “Francesco e Chiara
– Impresa Sociale Srl”.
Come risulta presso la Camera di Commercio di Modena, la “Francesco e
Chiara” Srl è il primo soggetto giuridico della Provincia di Modena al quale
è stata attribuita e riconosciuta la qualifica di Impresa Sociale. Va
inoltre considerato che, a quanto risulta, non esiste ad oggi un’altra
realtà a livello nazionale, con caratteristiche ed attività simili alla
“Francesco e Chiara”, che abbia perseguito e/o ottenuto la trasformazione
giuridica in impresa sociale, per cui la nostra risulta la prima esperienza
a livello nazionale. Lo sviluppo molto limitato dell’impresa sociale nel
nostro paese dipende essenzialmente, a parere nostro e di molti esperti del
settore, da tre fattori sostanziali:
1. La necessità di assumere vincoli molto impegnativi e trasparenti a carico
dei soggetti interessati (es. la pubblicazione dei bilanci), ai quali non
corrisponde, almeno attualmente, alcuna agevolazione di carattere fiscale
2. Il rilevante impegno amministrativo ed organizzativo richiesto, che rende
travagliato il percorso da compiere
3. La scarsa conoscenza della legge, adottata di recente, non solo tra
l’opinione pubblica in generale, ma anche presso le istituzioni territoriali
Occorrerebbe a nostro parere una campagna promozionale da parte dello Stato
e delle varie istituzioni locali volta a far conoscere questo nuovo soggetto
giuridico soprattutto ai giovani e al mondo “no profit”, adottando anche
iniziative di stimolo finanziario come avviene in molti paesi europei e come
sollecitato, in varie occasioni, dal “padre” della legislazione sulle ONLUS
e attuale Presidente della rispettiva Agenzia, il Prof. Stefano Zamagni.
Va infatti considerato che uno scenario di Welfare allargato, che intenda
portare il concetto di sussidiarietà al centro dell’economia, ha bisogno di
più imprese sociali. Questo lo si desume dalla definizione prevalente
dell’impresa sociale esposta dal prof. Carlo Borzaga dell’Università di
Trento, in occasione di un Convegno svoltosi a Modena nel maggio 2003, a
commento dell’allora disegno di legge governativo, che è la seguente: “è
impresa sociale ogni organizzazione esplicitamente non finalizzata al
profitto, impegnata nella produzione stabile e continuativa di servizi di
interesse collettivo secondo modalità imprenditoriali, e quindi
caratterizzata da autonomia decisionale e dalla conseguente assunzione da
parte dei promotori e dei proprietari del rischio di impresa”.
Tale definizione si articola lungo due dimensioni: quella
economico-imprenditoriale e quella sociale. La prima prevede la
sussistenza di quattro requisiti: a) una produzione di beni e/o servizi in
forma continuativa; b) un elevato grado di autonomia; c) un livello
significativo di rischio economico; d) la presenza, accanto ad eventuali
volontari, di un certo numero di lavoratori retribuiti. La dimensione
sociale è invece individuata nelle seguenti specificità: a) esplicito
obiettivo di produrre benefici a favore della comunità; b) essere
un’iniziativa collettiva, cioè promossa da un gruppo di cittadini; c) avere
un governo non basato sulla proprietà del capitale; d) garantire una
partecipazione ai processi decisionali allargata, che coinvolga tutte o
quasi le persone o i gruppi interessati all’attività; e) escludere la
distribuzione degli utili.
L’orientamento verso un’operatività propriamente di impresa a finalità
sociale, ha portato vantaggi, un po’ in tutti i Paesi europei, che si
sostanziano nell’incremento di offerta dei servizi sociali e nel conseguente
alleggerimento delle responsabilità dei sistemi pubblici di welfare, nella
maggiore soddisfazione dei bisogni, nonché nella creazione di nuova
occupazione.
I concetti sopra espressi, enunciati dai maggiori esperti del settore nel
nostro paese, acquistano maggiore risonanza e importanza in presenza
dell’attuale grave crisi economica in cui riversa il nostro paese ed il
mondo intero, causata soprattutto dalla cosidetta economia di carta e
dall’aver perso in larga misura quelle virtù etiche che il libero mercato,
da solo, non si sa dare.
Occorre in sostanza riscoprire la cosidetta “economia civile” (in special
modo nella produzione dei servizi alla persona) e cioè “un mercato a più
dimensioni dove a fianco dell’impresa multinazionale di tipo capitalistico
troviamo la bottega artigiana, la cooperativa, l’impresa sociale.”
I vari appelli a tale riguardo che provengono dalle massime Istituzioni e
dal mondo politico, nonché la recente Enciclica Sociale del Papa, fanno ben
sperare che qualcosa di più si stia muovendo anche nel nostro paese per un
nuovo Welfare.
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Rino Bellori |
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