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E’ difficile essere semplici, ma sentiamo che è
necessario scrivere una storia semplice perché nella essenzialità di
certe narrazioni c’è già abbastanza complessità e sofferenza.
Gli individui soggetti a disturbi del comportamento mostrano una quasi
totale assenza di adesione a tutto ciò che è pre-costituito, “sociale”.
L’oblio di ogni dovere, di ogni intenzione, di ogni rapporto, di tutto
ciò che normalmente intendiamo come “il vivere sociale”.
E questa condizione è sufficiente per dimenticarsi che sono persone che
hanno diritto al rispetto e alla dignità di uomini?
Francesco sembra condannato a vagare. Vagabondare con la mente,
vagabondare col suo corpo.
C’è un termine scientifico anglosassone che descrive quello che gli sta
accadendo ormai da alcuni anni e che accade a ormai migliaia di persone
nel mondo: wandering.
Francesco si aggira tra le stanze della sua casa che non riconosce più,
cerca dei gesti che un tempo gli erano familiari e usuali e, cercandoli
compie altri gesti, totalmente estranei a lui e a chi lo circonda.
Francesco vuole parlare con i suoi figli, con sua moglie, ma le parole
che gli escono dalle labbra sono altre da quelle che vorrebbe
pronunciare, nessuno capisce, nemmeno lui capisce. Vorrebbe dire ma non
può, vorrebbe fare ma non sa più, vorrebbe andare… ma dove?
Ha paura.
E scappa, non sa da chi o da cosa, ma scappa.
Nessuno della famiglia ce la fa più a sostenere questo dolore di non
essere riconosciuto e non riconoscere, i familiari arrivano al Centro
Servizi: si cerca sostegno per Francesco, ma anche per sé stessi.
Scopriamo che spesso si sofferma a toccare le piastrelle dei
rivestimenti, le mattonelle del pavimento, le rugosità delle pareti e
parla, in una lingua ormai incomprensibile, ma che ha sicuramente dei
significati per lui. Era il suo mestiere, i suoi gesti quotidiani per
anni sono stati quelli di posare piastrelle, intonacare pareti, prendere
misure, picchiare con il martello.
Francesco non dorme mai, il suo peregrinare senza meta non conosce
tregue, non esiste giorno né notte. Tutta la sua giornata è collocata in
una dimensione inconoscibile per lui, ma anche per noi, che non troviamo
una chiave per entrare nel suo universo, apparentemente senza senso.
Non smettiamo di cercare questa chiave, mentre facciamo in modo che
Francesco si accorga che non lo stiamo abbandonando, non lo capiamo ma
non lo lasciamo solo, siamo con lui in questa voragine mentale. Pensiamo
di riagganciarci ai suoi vecchi gesti del lavoro, allestiamo un piccolo
spazio con attrezzi di plastica che riproducono un laboratorio
artigianale: martello, seghetto, metro.
A poco a poco, anche con l’aiuto di alcuni farmaci, Francesco, dapprima
per pochi minuti al giorno, poi per periodi sempre più lunghi si
interessa a qualcosa che non sia il vagare senza meta. Qualcosa lo
riesce a trattenere: i suoi vecchi strumenti di lavoro. Comincia a
dormire qualche ora, ogni notte un po’ di più. Ora spesso sorride, non
scappa più, un piccolo spiraglio in un universo buio.
Quanto tempo abbiamo dedicato a Francesco? Quanti tentativi prima di
intuire quale fosse la strada per attraversare quell’intrico di pensieri
confusi nel suo cervello? Quante notti passate ad accompagnarlo in un
cammino senza soste?
Il nostro impegno è stato, in questi due anni, quello di entrare nella
vita dei tanti Francesco che si rivolgono a noi, di spingerci nella loro
intimità, di frugare nella giungla delle loro vite e dei loro sentimenti
antichi, contaminati dalla malattia, per cercare anche il più piccolo
indizio che ci possa aiutare a comprendere che cosa può essere fermato,
anche solo per un attimo, nel vagare continuo della mente.
Non sappiamo come sarebbe Francesco se non avesse vissuto questa
esperienza, ma se ora è così, forse è anche per il fatto che il gruppo
di operatori che si è preso globalmente cura di lui ha imparato ad
afferrare la sofferenza che, con gesti apparentemente inspiegabili, lui
voleva comunicare.
Tentare di dare risposte a tali messaggi criptati che è fin troppo
facile attribuire all’effetto della malattia piuttosto che considerarli
unica modalità conosciuta di comunicare, non è semplice. Comporta
attenzione, osservazione, creatività, formazione, utilizzo di spazi
fisici e mentali dedicati che richiedono sia condivisione di ideali e di
valori che importanti e mirate energie economiche.
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